Alluce valgo, soffrire meno con la chirurgia

FacebooktwitterFacebooktwitter

Si chiama “alluce valgo” ed è una fastidiosa patologia che affligge dolorosamente tante persone, giovani ma soprattutto anziani, andando a danneggiare la deambulazione e la postura e ad infliggere dolore e fastidio a chi ne è affetto.
Si tratta, in buona sostanza, di una deformazione del piede a causa dell’allontanamento della testa del primo metatarso dalle altre, colpisce prevalentemente le donne, ma non esclusivamente.
Quanto alle cause, oggi si sostiene che non è esatto parlare di ereditarietà, quello che è probabilmente ereditario è piuttosto una certa lassità dei legamenti e dei muscoli flessori dell’alluce e dei muscoli della volta plantare. In un meccanismo a catena, quindi, un piede valgo o piatto andrà ad incidere sui legamenti e sui muscoli, l’avampiede si aprirà a ventaglio iniziando a mostrare quella tipica protuberanza (la famosa “cipolla”, per intenderci) caratteristica dell’alluce valgo che avrà, inoltre, la base di appoggio deviata verso l’esterno con disallineamento del primo metatarso e dell’alluce.
Un problema, dunque, doloroso e persino invalidante nei casi più gravi, che già in passato era risolto con la chirurgia che, però, aveva un decorso post-operatorio lungo e doloroso.
Oggi, fortunatamente, si può ricorrere ad una tecnica operatoria più moderna: presso la Casa di Cura Santa Rita, infatti, da qualche mese opera il dott. Luigi Catani con la tecnica “percutanea mininvasiva”, nata negli anni ’70 ma perfezionata in Spagna, che consente di avere ottimi risultati e, soprattutto, un recupero veloce e poco doloroso.
Dott. Catani, come ha incontrato la Casa di Cura Santa Rita?
«Pur avendo saputo che la Clinica Santa Rita avesse avuto un recentissimo restyling strutturale e del personale non ne conoscevo i proprietari. E’ stato, grazie all’intercessione di un amico, che ho avuto la possibilità di conoscere il prof. Walter Taccone e sua moglie. E’ stato senza dubbio un incontro fortunato e molto costruttivo. La clinica è stata completamente ristrutturata in grande stile, e ciò che mi ha più colpito, è stato notare la straordinaria e competente ricettività di tutta la struttura. I miei pazienti, quelli che sono già transitati attraverso la clinica, ne sono entusiasti e ne fanno un gran parlare».
Quali sono le caratteristiche della sua tecnica operatoria per l’alluce valgo?
«La tecnica si chiama percutanea mininvasiva ed i suoi punti forti sono il bassissimo impatto chirurgico e, quindi, il maggior rispetto per i tessuti biologici, il basso impegno del dolore, la rapida ripresa della propria autonomia da parte del paziente».
E’ utile a tutte le età?
«Come per tutte le tecniche chirurgiche, ciò che conta è l’indicazione all’intervento. Non tutte le deformità necessitano di correzione. L’alluce valgo e le deformità delle dita non sono una malattia.
Ciò che conta, quindi, non è l’età, ma quanto la deformità incida sulla funzione fisiologica dell’avampiede e sulla presenza o meno del sintomo dolore».
E’ una tecnica consigliata per gli anziani?
«Abbiamo operato sia pazienti ultranovantenni sia giovanissimi. Ma solo in casi riservati e fortemente sintomatici».
Come prevenire l’alluce valgo, se è possibile prevenirlo?
«Noi consigliamo sempre di utilizzare un divaricatore interdigitale notturno, sa di quelli in silicone, magari personalizzato al proprio piede da un podologo. Il divaricatore aiuta a mantenere elastico il tendine abduttore del primo dito che è una concausa importante sull’evolutività del valgismo del primo dito».
La moda “aiuta” l’alluce valgo, il tacco 15 è amico del piede? Per chi ama i tacchi quanto e come metterli senza danneggiare il piede…
«No, il tacco 15 non è assolutamente amico del piede. Ma come potremmo convincere una signora o signorina a rinunciare per sempre ai tacchi alti? Ciò che consigliamo è un compromesso nei limiti consentiti da madre natura. Sfidare le articolazioni dell’avampiede con l’utilizzo costante di calzature con tacchi vertiginosi e punte strette è una premessa all’insorgenza di deformità delle dita e di dolori plantari. Meglio se ai tacchi si associano plateau che sollevano anche l’avampiede.
Quest’estate ridevo insieme ad una nipotina quattordicenne che durante un matrimonio aveva calzato i suoi primi tacchi. Dopo la prima mezz’ora ha preferito proseguire la cerimonia scalza.
Questo per dire di quanto sia innaturale l’utilizzo di scarpe (già schermi contro le asperità del terreno) e magari sbilanciate per baricentro ed instabili. Ma, senza essere troppo ortodossi, l’utilizzo occasionale di tacchi non compromette l’ architettura dell’avampiede».
Il postoperatorio dell’intervento per l’alluce valgo è lungo o breve, è doloroso, richiede riabilitazione?
«Il decorso postoperatorio immediato è il più sorprendente per il paziente. C’è qualche paziente che, quando ritorna per la prima medicazione, ci chiede se sia stato veramente operato. Peraltro il dolore rimane un fatto soggettivo, quindi c’è anche chi lamenta qualcosa di più. Una cosa è certa, rispetto agli altri tipi di tecniche chirurgiche, non ci sono paragoni. La fase di recupero è diversa, a seconda di quante dita sono state operate (alluce valgo, dito a martello, dita in griffe, quinto dito addotto, metatarsalgie ecc.) ma, in linea di massima, dopo 15 giorni si passa dalla calzatura ortopedica dedicata ad una calzatura normale. In pochissimi casi abbiamo prescritto cicli riabilitativi.
Certo il riallineamento chirurgico soprattutto del primo dito significa anche restituire al piede una funzione nella deambulazione che ha perso da anni. Quindi se una fase di recupero fisiologico di tale funzione e del suo contributo durante il ciclo del passo può prevedere anche alcuni mesi, è pur vero che il o la paziente tornano a casa lo stesso giorno dell’intervento con i propri piedi, quindi con carico completo sul piede operato. Tornano a guidare, in media, dopo tre settimane, ed il loro passo diventa fluido e senza zoppia tra i 30 e i 40 giorni».
Quanto deve essere inclinato un alluce per decidere che è il caso di operarlo?
«Ripeto, non è la deformità un’indicazione all’intervento nè la sua gravità angolare. E’ il sintomo dolore il parametro più importante. Certo, un deficit funzionale evidente che mostra segni di rapida progressione degenerativa di tutto l’ avampiede potrebbe spingerci ad una correzione chirurgica.
Ma il dolore resta il parametro fondamentale di riferimento. Non c è valore angolare che tenga».
E’ un fatto ereditario? A che età è il caso di far controllare i ragazzi?
«Sì, esistono casi congeniti conclamati in tenerissima età e casi in cui fattori congeniti rappresentano una premessa all’instaurarsi evolutivo di una o più deformità delle dita del piede. Su tutti, riteniamo,che il tendine abduttore del primo dito possa giocare un ruolo fondamentale. Riteniamo che non esista una età precisa per l’ osservazione clinica. Se un genitore risulti preoccupato è giusta una consultazione di conforto e di parere specialistico. L’utilizzo dei divaricatori interdigitali è il nostro più diffuso ed efficace strumento per ritardare il ricorso ad un riallineamento chirurgico precoce».
Come influisce sulla spina dorsale? E sulla deambulazione?
«Guardi, io nasco come chirurgo vertebrale, e sono da sempre uno studioso delle deformità del rachide. Ciò che ho imparato dalla mia esperienza clinica e chirurgica è che il paziente e le sue deformità vadano inquadrati globalmente. Non c’è dubbio che il rachide ed il piede contribuiscano insieme alla postura eretta e alla deambulazione. Portare beneficio ad un piede o alla colonna vertebrale significa restituire benessere a tutto il “sistema” posturale».

FacebooktwitterFacebooktwitter
X

Pin It on Pinterest

X